la luce diurna

Posted on mercoledì, agosto 6, 2008 at 19:38 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

Guardo questo e penso tanto vale farsene una ragione.

Poi penso no, che qui è tutto un pullulare di pensieri programmi discorsi e percorsi, e in effetti io non mi sento sparita per niente, men che meno inghiottita, anzi, anzi

guarda che ti dico

sto sollevando il mio mondo come se stessi sbattendo una coperta, il disotto s'inonda di luce

finalmente

è mattina

e il disotto della mia coperta s'illumina (giustamente) a giorno


Pensavo stamattina, che stavo in città col collegamento adeguato a youtube, quasi quasi cambio music of the day. Che ce l'ho fisso su quei due, che è una cosa estenuante sembra una danza di tartarughe, potevo mettere una canzone allegra in sostituzione, per esempio. Allora me lo sono riguardato, per vedere se aveva ancora un senso, tenerlo ancora lì sotto - e ce l'aveva sì, un senso. La luce, la luce diurna, io mai rivedo quella luce nei film di adesso, era la luce di quando ero ragazzina, o di quando si è ragazzini - non può essere questione di pellicola, non credo. Allora lo lascio ho pensato, ho solo quella luce in testa (ma hai detto niente: quella luce è tutto)


(ma anche non è niente, si dice, se ad un tratto fa male)


(quando eravamo piccoli non portavamo occhiali da sole, no)

(adesso i rayban sono fatti diversi, costruiti per un'altra luce o per altre circostanze)


la natura instupidisce e cura

Posted on domenica, agosto 3, 2008 at 09:22 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

senza fine

Posted on martedì, luglio 29, 2008 at 10:15 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

Non sogno neanche più.

M'imbarazzo di me.

Come se dovessimo ottenere qualcosa, da questo.

Ma invece, è evidente.

La cosa più consistente è di luce, ne dovremmo parlare.

Chi, dovrebbe.

Beh.

Chi dovrebbe non fa errori, maledetto.

E pian piano, tante di quelle cose

si avviano di nuovo ad essere, sempre più stabilmente, innarrate.

Felicitàtevi.

Però tu

hai imparato ad usare questi termini immondi.

Poi sì, incredibile: non ci riuscirono loro mai

a interrompere questa brutta abitudine

(l'oracolare continuo, l'oracolare indefesso)

e ci è riuscita la rete.

Parole come indefesso mi fanno ridere. Ieri ho parlato con max.

Tiene una figlia giapponese in giappone e una italiana in italia.

Avevo amici, insomma, all'epoca.

Incredibile.

Poi se leggo degli articoli sulla rete (ce n'è due sull'espresso)

non ci capisco niente.

Come a dire: la rete non la so.

E che cosa sai tu.

No io... non ho più competenze.

Rispondo ai questionari swg. Mi pago a credito tim.

Alla fine (a tre quarti) dei questionari, c'è sempre che puoi scegliere

il titolo di studio. Il mio si chiama:

laurea specialistica di II livello, o 4/5 anni.

5 anni, la mia. Cioè 8, perché facevo altro.

Cosa diavolo facevo.

Scrivevo e bighellonavo. Tenevo un cane pazzo.

Facevo corsi di cavallo. Viaggiavo. Poi studiavo.

Studiavo con sistemi del cazzo.

Utilizzavo un sistema crocette.

Cioè leggevo paragrafi: se li leggevo 3 volte

li sapevo così così

se li leggevo 5 volte

li sapevo benissimo. Basta.

Niente pensieri, niente elaborazioni cioè.

Leggevo e basta, pure se non capivo

per via di una specie di assorbimento capillare

la terza volta capivo un po', la quinta volta capivo tutto, bene.

Mi sono comprata una penna sottile azzurra. Anzi turchese.

Le vendevano a 2,50 euro (dentro a un barattolo, a mazzo)

queste penne sottili laccate, di marca

che una volta si regalavano alle feste.

Avessi avuto un quaderno ne avrei fatto un uso intenso, perché scrive scorrevole.

La uso per la domenica quiz - con la quale peraltro, sto avendo difficoltà.

E per i punti del burraco, la sera con mamma.

Ieri ho preso la bicicletta, dopo tanto.

Nel senso che dopo tanto, ho chiuso in casa il cane

e ho fatto i miei chilometri di salite fetenti

e discese meravigliose col vento che fa rumore nelle orecchie

ho rifatto il percorso

ed era quasi buio.

Sono passata davanti ai tre cani

che normalmente dormono dietro alla masseria

e all'improvviso, ho avuto paura che si avventassero.

Sì, proprio: contro di me.

Mi sono preparata, senza rallentare però.

E gli sono passata sotto il naso a sessanta all'ora (la discesa è ripidissima e senza fine)

(senza fine)

(dura un attimo senza fine)

(lo vedi che ci puoi ancora credere?)

C'è qualcosa di grosso che non sai.

C'è qualcosa di grosso e consistente che non posso che non voglio più dire.

C'è qualcosa dalla quale, con una grossa siringa, hanno estratto consistenza vigore.

Hanno quando.

Hanno come.

E soprattutto: hanno chi.

La quarta volta che scrivo hanno, mi sembra il maschile di hanna.

bianco

Posted on martedì, luglio 22, 2008 at 07:32 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

secco

Posted on domenica, luglio 20, 2008 at 13:23 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

Da anni, la mia vacanza è effettivamente vacanza. Cioè vuoto. O meglio: frammenti di diversi qualcosa che galleggiano nel vuoto. Potrei raffigurarmela come una serie di disegni, o di quadri. Per esempio: "latte-pietra", oppure: "rarefatti efficaci", oppure: "ricostruzione del guscio mediano"...

sono foto e titoli di foto, sì - niente di trascendentale. Il fatto è che non c'è altro, nella vita come negli occhi, e nel cervello nient'altro che un susseguirsi di titoli, ai quali assegno una consistenza spropositata, quasi fossero definizioni del mondo com'è.


Sto leggendo un saggio di Frank Furedi, ormai vecchio di qualche anno, "Il nuovo conformismo", sottotitolo "troppa psicologia nella vita quotidiana" - ecco un esempio di titolo del cavolo, fa pensare a un panflettino per lettrici di amica (con tutto il rispetto, che sono stata per anni lettrice di femminili), mentre invece è un saggiozzo di sociologia con una tesi piuttosto temeraria fondata su assunti ambigui, che per di più (al solito) non possiamo valutare alla perfezione, non avendo patito in profondità (in quanto italiani dico) una vera e generalizzata tendenza alla terapeutizzazione della cultura - per quanto...

Per quanto. Le caratteristiche spartane di questa casa, la promiscuità con ogni tipo di bestia, la polverosità della terra, la poca o nulla importanza data all'igiene prima ancora che all'allestimento della persona, fanno oggi da sottofondo stravagante alle incombenze solite (banca, posta, spesa, tasse, pagamenti, manutenzioni - traffico dunque, e benzina) e ai soliti legami (ormai naturalizzati, non so come dire) con le tecnologie d'uso corrente. In sintesi, è da una settimana che cerco di concepire una rendicontazione, e allo stesso tempo di sfuggire a una "forma di post" che in qualche modo mi sembra tradire l'estrema luminosità, l'articolazione complessa e in qualche modo afona di quello che mi vedo intorno. Perché quello che mi sta intorno non è solo sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi, ma sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla lettura di quotidiani alternati alle narrazioni di un sociologo anglo-ungherese, sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla televisione, televisione per giunta che ci raggiunge in versione preistorica e sommaria, attraverso un apparecchio minuscolo collegato a un antennina di poca o nulla efficacia, mai sostituita perché siamo (siamo sempe stati) sotto montecaccia, ovvero a poca distanza da una collinetta irta di ripetitori, sulla quale peraltro una volta si andava essenzialmente per raccogliere funghi (ma non è tempo ancora...

vabbè, sto divagando. Nel vuoto appunto, ma pur sempre andando a sbattere con questo o quel brandello di mondo così com'è, ed è proprio questo meccanismo di navigazione, molto simile al navigare nell'aria di un paponno, a darmi spesso la sensazione di cogliere nessi improvvisi, spiegazioni di tutto, empatie non volute col pianeta in ogni minima perturbazione della sua superficie...

Prendi la malattia per esempio. Vengo ieri da un centro diagnostico - il mondo della sanità più o meno convenzionata, delle pratiche e delle accoglienze, del privato e del pubblico, delle strane riservatezze e delle miserie umane nel cerchio delle quali davvero sì, gli uomini sono tutti uguali, come davanti alla giustizia dicono, come gli animali diversamente robusti sotto il governo del sole e di una stagione... clemente, o inclemente? beh dipende... molti italiani vivono in questi giorni attaccati alle previsioni del tempo, che un maltempo improvviso non infici la risicata settimana di ferie nell'affollato e sempre più indifferente villaggio - indifferente sì, ma comunque sempre assai differente dall'ambiente di lavoro e dalle case sempre più costose (intrinsecamente costose, non sto parlando di valore degli immobili) nelle quali normalmente si vive... oddio mi sto perdendo davvero, ma continuo perché... aspetta...

portiera...

è arrivato qualcuno...

sì. Poi mi raggiungono notizie di morti, malattie, quel che è peggio consunzioni, non riesco più a guardare a tutto questo se non attraverso visioni di insetti, vermi, residui di organismi disseccati al sole, e alla televisione o sui giornali ancora parlano di staccare sondini, è tutto uno staccare riattaccare sondini, ribellarsi cedere e cadere, mescolato a preoccupazioni assai più piccole, direi microscopiche, nervosismi ingiustificati, insieme ad accessi di energia pure ingiustificati, e tutto sempre esposto al sole, al vento, all'assordante ondata delle cicale... le cicale di cui anche lei parlava... fino a quando anche le cicale, sommandosi armoniosamente al silenzio in uno strano tipo di aria-miele, densa, protettiva, contribuiscono ad attutire i dolori, a silenziare gli allarmi, a quietare l'ipersensibilità dei nervi...


In tutto questo ti chiedi se ha qualche senso comunicare. Avendo perso frequentazoni all'improvviso come d'estate succede, e non potendole (non volendole) ricostituire con miseri sms, o cartoline di svariato e sempre inadeguato tipo, anche per il fatto di essere abituata ormai a un tipo di comunicazione meno superficiale - mica parlo di abissi, che me ne tengo debitamente lontana, ma qui la falda freatica (nonostante il seccume) non è poi così bassa - mi sento sola e da questa solitudine cerco di recuperare prima di tutto la forza. Una specie di forza primordiale, una forza organica. Perché penso che il mondo sia in disordine e gli allarmi giustificati, ma poi mi guardo le braccia, le gambe, vedo muscoli e pelle in salute, pure mi sembrano buffe e in qualche modo inutili le sigarette che fumo, le mie piccole cicche bianche disseminano qualche viale qui intorno, opportunamente pestate per evistare incendi ma anche per evitare la visibilità accecante del bianco in mezzo alle foglie secche e alle carcasse di lucertole e rospi, le schiaccio roteando la suola delle scarpe fino a quando ne fuoriesce il contenuto... tabacco... tabacco secco e biondo, foglie anch'esso, disseccate, ecobiocompatibili... che ogni tanto mi visitano ancora, queste parole senza senso, queste parole-filamento provenire da una modernità del cazzo, quando siamo ancora qui a disseccarci come qualsiasi vegetale al sole e ai venti caldi del pianeta - almeno a questa latitudine, a quest'altitudine esposta ai venti desertici più che a quelli marittimi...


Il vento caldo qui arriva da sud-ovest. Noi ci troviamo proprio ai piedi del castello, ovvero a sud di andria, ma se ad andria il castello lo vedi in lontananza e segna il sud, e il vento caldo arriva dal castello, ovvero dall'entroterra, a sud-ovest di questo faro dell'entroterra dove appunto mi trovo adesso, cosa c'è? Io lo so cosa c'è, anche se non lo vedo: c'è il deserto nordafricano.

Ho un bisogno estremo, come di tanto in tanto (e me ne accorgo all'improvviso, come sempre, come un allarme al quale posso rispondere o no, ma sarebbe meglio che rispondessi) di andare in una città, quale che sia, che abbia un fiume, che sia attestata stretta sulle sponde di un fiume. Che d'altra parte, fin dalle origini (che strane frasi queste), le comunità degli uomini non si sono attestate lungo i fiumi? per instaurarsi, solidificarsi, e poi crescere, espandersi, liberarsi, e al massimo dell'espansione poi esplodere e nell'esplosione separarsi in pulviscoli umani che per forza centrifuga finiscono per dirigersi - di nuovo dove? - alla volta dei deserti.... dove forse un sogno di pulizia, o di ineluttabilità delle cose, o di potenza esterna contro la quale schiantarsi a riposare, sottrarsi alle fatiche della speranza...


Quando morì mio padre feci un sogno assolato, in cui grandi setacci (come cassette di legno da frutta) s'inclinavano in un senso e nell'altro a ritmo lento e costante, con dentro pietrisco bianchissimo o semi disidratati, quasi altrettanto bianchi, come ossa di vegetali, che rotolando in massa ogni volta da cima a valle facevano un rumore, uno scroscio dalla sonorità asciutta e assordante, mentre dei corpi al sole, bianchissimi e linfatici, riposavano o giacevano intorno. Poi un rivolo casuale, un piccolo specchio d'acqua, fra le pietre e nel sole biancastro, mandare bagliori...

L. ogni tanto chiede di me. Si sta disseccando, e ormai troppo spesso impazzisce di impotenza, o di troppa potenza a fronte di un corpo secco, minuscolo, inabile ormai. Ogni volta dico al figlio che sì, lo so, ci verrò a trovarlo, ma però non credo. Il figlio d'altra parte, oltre che raccontarmi la consunzione del padre, ha appena scaricato dalla macchina (come se non ne avessimo abbastanza di secco) un grande fascio di spighe, come spesso ce ne porta, perché le portiamo a nostra volta a mio padre, disponendole in un vaso di metallo (di rame, o di peltro) che sta nella cappella, un po' lontano dai vasi coi fiori freschi, spighe di un dorato polveroso e un po' spento, severo, consistente, permanente, a ricordare un affetto strutturale, non molle, disidratato e svuotato di ogni umore emotivo.

 

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